Sudafrica – Il racconto: Volontariato per la conservazione della fauna selvatica

Due settimane di volontariato in Sudafrica tra gli animali di una riserva nel Limpopo: ti racconto quegli incontri ravvicinati che non dimenticherò mai.

Nel cuore del bush, dove la natura detta le sue regole

Il richiamo del doppio fischio del ranger si espande, risuona tra i rami spinosi e ingarbugliati del bush. Sono immobile, con il fiato sospeso e il cuore che batte forte in attesa del minimo fruscio. Ed ecco apparire il primo dei cuccioli che stiamo aspettando, seguito a breve distanza dagli altri. Anche se “cuccioli” non lo sono più da tempo: ormai sono subadulti, e sono in tre, due sorelle e un fratello.
Basta una foto, o un documentario, per restare incantati da una creatura così aggraziata e dallo sguardo fiero. Ma veder comparire dal vivo un ghepardo – o, come in questo caso, addirittura tre – a pochi passi da me, è tutta un’altra storia.
Facciamo un passo indietro.

Non un safari, ma conservazione sul campo

Molti mesi prima ero seduta alla mia scrivania a scorrere siti di progetti di conservazione della fauna selvatica in Sudafrica. Avevo già fatto safari, avevo già visto animali selvatici nel loro ambiente naturale. Quello che cercavo, questa volta, era qualcosa di diverso: un’esperienza di volontariato che mi permettesse non solo di osservare la natura, ma di vedere da vicino il lavoro di chi ogni giorno, sul campo, si occupa di proteggere gli animali e i loro habitat. Se vuoi conoscere meglio le motivazioni che mi hanno spinta a partire, leggi il mio articolo “Sudafrica – Preparativi“.

LEO Africa

Questa ricerca mi ha portata nella provincia del Limpopo, nel nord-est del Sudafrica, non lontano dal famoso Parco Kruger (di cui ti parlerò presto in un prossimo articolo). Qui si trova l’Abelana Game Reserve, una riserva privata di circa 15000 ettari – attraversata dal Selati River e altri corsi d’acqua stagionali – che ospita una ricca varietà di fauna e flora, tra cui i Big Five. Il paesaggio è caratterizzato prevalentemente da un ambiente di bushveld, un ambiente di savana arbustiva e arborea, con aree di vegetazione più fitta lungo il fiume. Il bush “interrompe” continuamente la visuale, crea corridoi, radure, zone fitte e zone aperte. Ed è proprio questo che rende più complicato – e per questo più appagante – individuare gli animali. La parte meridionale è particolarmente suggestiva per la presenza dei caratteristici granite koppies, affioramenti rocciosi arrotondati, modellati dall’erosione, che dalle loro cime regalano panorami mozzafiato sulla riserva.

All’interno dell’Abelana opera LEO Africa, un’organizzazione no-profit che si dedica alla protezione della fauna selvatica sul campo, tra ricerca, monitoraggio quotidiano e interventi diretti nella riserva. Il programma di volontariato non si limita a un contributo economico: prevede di affiancare i ranger nel loro lavoro quotidiano. Era esattamente ciò che stavo cercando – non essere semplicemente una visitatrice della riserva, ma trascorrere due settimane a imparare a osservare gli animali in modo diverso, contribuendo nel mio piccolo alla loro tutela.

Una giornata nel bush

Sveglia presto, anzi prestissimo (e freddo, anzi freddissimo): alle 6 già si parte nella jeep aperta, un piccolo gruppo di volontari accompagnati da uno o due ranger. È il primo dei due drive giornalieri, l’altro nel pomeriggio dalle 14 fin dopo il tramonto. L’obiettivo del monitoraggio è pianificato di giorno in giorno: leoni, rinoceronti, ghepardi, a seconda di quale specie deve essere controllata e localizzata in quel momento. Ci muoviamo seguendo il segnale del radio collare, verso il settore della riserva in cui gli animali dovrebbero trovarsi – “dovrebbero” perché loro non aspettano noi, si spostano, e anche velocemente. Una volta vicini, l’antenna telemetrica ci dà indicazioni più precise, quasi in tempo reale. È a quel punto che si procede a piedi (walk) nel folto del bush.

“Stay always behind the rifle!”

Si cammina in fila indiana dietro il ranger – “State sempre dietro il fucile!” – veloci, in silenzio, pronti a seguire ogni suo segnale, finché non si arriva a una distanza di sicurezza dall’animale. Una distanza che varia in base alla specie, alle condizioni del vento, al contesto: non è la stessa cosa avvicinarsi a un rinoceronte che bruca l’erba o a una leonessa con i cuccioli. Poi si annotano i dati, importanti per la riserva: posizione, comportamento, stato di salute.
Perché monitorare, ti chiederai? Perché conoscere ogni giorno dove si trovano gli animali, soprattutto quelli più a rischio, come stanno, come si comportano, è l’unico modo per accorgersi in tempo se qualcosa non va – una ferita, una trappola, un cucciolo che non si vede più – e per capire, nel tempo, se una specie sta prosperando o è sempre più a rischio. Informazioni importanti per decidere le priorità e le azioni di protezione. È così che si costruisce il lavoro quotidiano di monitoraggio nella riserva.

Salati River

📚 Approfondimento della Prof – Il lavoro di LEO non si esaurisce qui e coinvolge i volontari in molte altre attività. Comprende anche il controllo delle fototrappole sparse per la riserva (utilissime per censire gli esemplari più schivi), la schedatura e l’aggiornamento delle schede d’identificazione di ciascun animale, la manutenzione di sentieri e guadi, il controllo della recinzione esterna e persino la rimozione di piante aliene invasive come il Mexican Poppy. Il pattugliamento antibracconaggio vero e proprio è affidato a squadre specializzate, ma capita anche durante i walk d’imbattersi in una trappola – e va rimossa subito. È un sistema tanto semplice quanto crudele: le due estremità di un filo di ferro vengono fissate a due tronchi, e al centro si forma un cappio. Lo sfortunato animale che vi infila la testa camminando resta intrappolato, e più si dimena per liberarsi, più il cappio si stringe, fino a causargli gravi lacerazioni o a strangolarlo.

Incontri ravvicinati, molto ravvicinati

In due settimane ho accumulato i ricordi di tanti momenti emozionanti, ma alcuni restano impressi più di altri: ad esempio, il primo avvistamento a piedi dei rinoceronti – splendidi e maestosi nelle loro corazze e al contempo pacifici e in apparenza innocui nel loro placido ruminare; il primo incontro ravvicinato con i leoni: mai avrei immaginato che fosse possibile stare a guardarli così da vicino.
Non mi sono mai sentita in pericolo – questo anche grazie alla professionalità ed esperienza dei ranger –, ma in uno di questi momenti, il cuore è sobbalzato per davvero.

Eravamo a piedi nel bush, non lontano da una leonessa accucciata e quasi del tutto mimetizzata nell’erba alta. Non riuscivamo a individuarla esattamente, ma sentivamo il suo brontolio, finché all’improvviso, è balzata in piedi di scatto, ruggendo infastidita dalla nostra vicinanza. Ma il ranger non si è scomposto: ci aveva già spiegato che ogni movimento di un animale – la posizione del corpo, lo sguardo, il verso che emette – racconta il suo stato d’animo, e permette di prevederne le azioni e di adottare, di conseguenza, il comportamento più adeguato per un incontro sicuro, per noi e per l’animale. Ci siamo allontanati piano camminando all’indietro in silenzio e la leonessa, rassicurata, si è riaccucciata tranquilla.
Mi sono sentita una privilegiata a poter osservare queste creature nel loro ambiente, a pochi passi, in così stretta connessione con la natura. Ma in quel mondo siamo noi gli intrusi e non dobbiamo mai dimenticarlo: non possiamo interferire in alcun modo nella loro esistenza.

Un istante di pura magia, con i colori caldi del tramonto che si riflettono nell’acqua, mentre il silenzio della natura mi avvolge completamente.

Sorvegliati speciali

Un altro dei momenti che porto scolpito nel cuore è stato quello della narcotizzazione di due rinoceronti: madre e figlia. L’obiettivo era applicare il radio collare alla madre e procedere al dehorning (rimozione delle corna) di entrambe – come deterrente contro il bracconaggio. Il darting è un’operazione complessa e delicata, che richiede il coordinamento perfetto tra due squadre: quella in elicottero, con il veterinario pronto a sparare il narcotizzante, e quella a terra, in attesa di intervenire nel punto esatto in cui gli animali si sarebbero accasciati.
Noi volontari in questo caso non avevamo alcuna funzione operativa, eravamo semplici osservatori. Inizialmente abbiamo aspettato seguendo con lo sguardo i giri dell’elicottero sopra il bush in attesa degli spari. Via radio, ci hanno avvertiti di non muoverci: una volta colpiti, i rinoceronti corrono all’impazzata, e nessuno può prevedere in che direzione. Infatti, ci sono passati vicinissimi – due sagome enormi lanciate a tutta velocità a poca distanza da noi – prima di accasciarsi sullo sterrato, una ventina di metri più avanti.

Solo allora ci siamo potuti avvicinare a piedi. Quello che è seguito è stata una sequenza di gesti veloci e perfettamente coordinati tra veterinari e ranger: i due rinoceronti sono stati bendati, il collare fissato a una zampa della madre, e poi la decornificazione, con la motosega prima e una sorta di smerigliatrice poi, per smussare gli angoli e renderli meno pericolosi per gli animali stessi.
È in quei minuti che ho potuto accarezzarle entrambe. La pelle è ruvida e spessa sotto le dita, quasi corazza; ma sul muso, sorprendentemente, è morbidissima. Vederle lì, inermi, dopo averle osservate brucare nel bush con tutta la loro potenza e maestosità, mi ha commossa più di quanto mi aspettassi: due creature gigantesche, ridotte a una fragilità che non appartiene loro. Ma è un momento di tutela vera, attuata per la loro salvaguardia.
Poi, la paura vera. Il veterinario ha urlato a tutti – non c’era tempo per i modi gentili – di tornare immediatamente sulle jeep: la madre respirava male, andava risvegliata al più presto. Abbiamo obbedito in fretta, il cuore in gola, e aspettato in silenzio.
Dopo qualche minuto di disorientamento, le due si sono rialzate insieme, e infine si sono avviate fianco a fianco tra i cespugli, fino a scomparire nel bush. Ancora oggi, solo a raccontarlo, mi vengono i brividi.

📚 Approfondimento della Prof – La Red List della IUCN (International Union for Conservation of Nature) classifica lo stato di conservazione delle specie su una scala che va da “A rischio minimo” a “Estinto”. Il rinoceronte bianco rientra oggi nella categoria “Quasi minacciato“: numeri relativamente più alti rispetto al cugino nero, ma comunque in calo a causa del bracconaggio. Il ghepardo, invece, è classificato come “Vulnerabile“, a causa della perdita di habitat, della frammentazione dei territori e della caccia. Categorie diverse, ma la stessa urgenza: senza il lavoro quotidiano di ranger e organizzazioni come LEO, il futuro di entrambe le specie sarebbe ancora più incerto.

L’incontro nel bush

Torniamo al mio secondo giorno ad Abelana e ai tre “cuccioli” di ghepardo che stavamo aspettando. Prima però, ti racconto la loro storia: la loro mamma ne aveva partoriti quattro, ma uno di loro, ancora piccolo, era stato ucciso da un altro predatore. I tre sopravvissuti sono stati oggetto di un attento monitoraggio e di particolari misure di protezione sin dai primi mesi di vita: ranger e volontari hanno seguito la madre e i piccoli, cercando di proteggerli dalla presenza costante dei numerosi leoni e leopardi della riserva, sempre pronti ad approfittare di un momento di vulnerabilità.

Per questo motivo, i tre ghepardi si sono abituati alla presenza dell’uomo, in particolare a quella del loro ranger che riconoscono dal suo caratteristico fischio di richiamo. Attenzione: abituati non significa addomesticati. Sono animali completamente selvatici, vivono liberi nella riserva e sanno cacciare per procurarsi il cibo. Non sono animali che si possono toccare, tanto meno accarezzare. Semplicemente tollerano la nostra presenza a distanza ravvicinata e, se questa dovesse causare loro disagio o stress, non esitano a farcelo capire: mostrano i denti e soffiano, proprio come i nostri gatti di casa.

🔍 Curiosità – In inglese, il suo nome è cheetah: parola di derivazione sanscrita che significa “maculato, variopinto”. Anche il suo nome scientifico, Acinonyx jubatus, racconta molto di lui. Acinonyx (dal greco “artiglio immobile”) allude ai suoi artigli semi-ritrattili – una caratteristica unica tra i Felidi che gli garantisce massima aderenza e trazione durante i suoi scatti fulminei. Jubatus (dal latino “chiomato”) si riferisce invece alla criniera dorsale che i piccoli hanno solo nei loro primi mesi di vita.
E c’è un’altra particolarità: il ghepardo non sa ruggire. Comunica con una sorprendente varietà di vocalizzazioni, tra cui un caratteristico verso simile a un cinguettio (chirping), e… fa le fusa (purring)!

Ed eccoci lì nel bush, ad aspettarli. Un incontro che non dimenticherò mai. Se mi avessero detto che un giorno mi sarei trovata a pochi passi da tre ghepardi, non ci avrei mai creduto. E invece è proprio così che è andata. Un’emozione difficile da descrivere: incredulità, sogno, privilegio. Un incontro così incredibile che mi ha portato a interessarmi ancora di più a questa specie così speciale, ma al contempo così vulnerabile.

📚 Approfondimento della Prof – Il ghepardo appartiene alla famiglia dei Felini, la sottofamiglia dei Felidi. Nonostante il suo look maculato, i suoi parenti più prossimi non sono i “big cats” come il leopardo, bensì il puma americano. E’ il mammifero terrestre più veloce al mondo: può raggiungere i 100 km/h in pochi secondi e arrivare a una velocità massima di circa 110 km/h. Ma il suo straordinario superpotere non basta a proteggerlo. Negli ultimi quindici anni la popolazione mondiale è diminuita di oltre un terzo e oggi restano appena 6.500 ghepardi adulti (dati IUCN). La vera minaccia arriva ancora una volta dall’uomo: perdita di habitat, caccia, avvelenamento, frammentazione dei territori, cambiamenti climatici. E non solo, i conflitti con gli allevatori e il traffico illegale di cuccioli, catturati per essere venduti come animali esotici nei Paesi del Golfo, ne mettono a rischio la sopravvivenza.

Leone o gazzella?

Impala nell’Abelana

Noi esseri umani siamo naturalmente portati a empatizzare con le prede e a considerare il predatore il “cattivo” della storia. Ma la realtà è molto più complessa. La vita di un grande carnivoro è tutt’altro che facile: i cuccioli sono estremamente vulnerabili (solo una piccolissima percentuale sopravvive), la caccia per procurarsi il cibo non ha sempre successo e la competizione con altri predatori può essere brutale.
E i ghepardi, sono forse l’esempio più evidente di questa fragilità. La velocità è la loro unica arma di difesa, la forza no: un maschio adulto pesa in media solo 35-65 kg, un leone può arrivare a pesare anche quattro o cinque volte tanto. Per questa disparità, spesso sono anche vittime dei loro stessi rivali: leoni e leopardi possono uccidere anche esemplari adulti, per competizione, territorialità o semplicemente per eliminare un potenziale rivale.
Dal nostro punto di vista queste morti possono sembrare inutili, uno spreco di vita. E ci viene spontaneo pensare che la natura sia crudele e spietata.

La lezione più dura

Questa apparente “crudeltà” della natura l’ho toccata con mano proprio l’ultimo giorno.
Quella mattina, Mark ci ha comunicato la notizia con gli occhi lucidi e una rabbia trattenuta a fatica: durante la notte, due leonesse avevano ucciso la madre dei nostri tre ghepardi.
Era stata lei a proteggerli sin dai loro primi mesi di vita. Ed era lei, fotografata ancora il giorno prima, immortalata da una volontaria mentre camminava nel bush. L’ultima foto.

Credit: Christel

Due settimane di emozioni, fatica, scoperte e impegno finivano così, con una lezione che forse è stata la più importante di tutte, ma anche la più dura da accettare.
È il loro mondo. Noi possiamo essere ospiti e spettatori di una natura in cui la vita segue regole proprie e nella quale i nostri parametri umani, soprattutto quelli emotivi, non possono essere la misura di tutto.
Di fronte a una perdita che ai nostri occhi appare senza senso, cosa possiamo fare?
Accettare che funziona così. Trattenere le lacrime. E soprattutto impedire a noi stessi di odiare i leoni, che non hanno ucciso per gioco o per cattiveria – come ahimé fa l’essere umano –, ma semplicemente seguendo il proprio istinto.
Forse è questa la cosa più difficile da imparare quando si entra davvero nel mondo della fauna selvatica: osservare senza giudicare, rispettare senza interferire, accettare senza pretendere che la natura funzioni secondo le nostre regole.
E penso che non ci sia modo migliore per concludere questo racconto delle parole di Mark, che aveva con quel ghepardo femmina un rapporto particolare. L’aveva aiutata a tenere al sicuro i piccoli, aveva assistito alle sue cacce, l’aveva seguita per anni, aveva dormito vicino a lei nel bush. Per lui non era semplicemente uno dei tanti animali della riserva.
Era – e sarà sempre – parte della sua storia.

This female cheetah was so special to me. She was not just an animal, but part of the family.

Questa foto è stata scattata qualche ora dopo. Nel bush, la vita continua… (Credit: Vittorio)

14 pensieri su “Sudafrica – Il racconto: Volontariato per la conservazione della fauna selvatica

  1. Anna maria dice:

    Ho fatto il safari alla bella park l’anno scorso. Ho conosciuto i ghepardi piccolini e il leggere queste cose ovviamente molto più approfondite di quello che abbiamo fatto noi, mi emoziona molto. Avevo detto che mai più safari perché mi molto stanca e invece queste pagine questa lettura mi fa venire voglia di tornare con un’altra consapevolezza. Brava bravissima.
    Sai cogliere gli aspetti più profondi di questo mondo

  2. Eliana dice:

    Hai fatto un’esperienza meravigliosa: intensa emotivamente e che sicuramente ha contribuito alla protezione della fauna in questa riserva.
    Spiace tanto per la mamma ghepardo, purtroppo è il ciclo della vita.
    Che fine faranno i cuccioli? Sarebbe interessante scoprirlo.

    • Saby dice:

      Sono felice di sapere che ti è piaciuto il mio racconto❤️ L’esperienza è stata davvero intensa e non la dimenticherò mai! I “cuccioli” ormai sono subadulti, ma stavano valutando di trasferirli in un’altra riserva

  3. Giulia dice:

    Ci sono esperienze che difficilmente si riescono a descrivere, ma con questo racconto pieno di emozione sei riuscita a trasportare un po’ anche noi dentro questi paesaggi e accanto a questi meravigliosi animali, con tutta la sensibilità e il rispetto che è richiesto. Bellissimo leggere di questo viaggio ricco di significato!

  4. Anna Golzio dice:

    Davvero un’ esperienza unica Sabina ed è un bellissimo regalo che tu la condivida! Leggendo il tuo diario di viaggio si percepisce tutto l’amore e il rispetto per la natura e i suoi abitanti. Penso sia davvero un grande insegnamento osservare e cercare di proteggere l’ambiente con la considerazione e l’ammirazione che gli dobbiamo. Dovremmo cercare di farlo sempre! E gli approfondimenti della prof sono fantastici!

  5. Giada dice:

    Cara Sabina… mi sono molto commossa leggendo il tuo racconto. Quanto si respira il tuo rispetto, l’ammirazione, il privilegio che provi nei confronti dell’Africa e della vita animale! Leggendo questo tuo resoconto, mi sento presa per mano e portata in un altrove reso così speciale proprio grazie alla posizione privilegiata che doni: quella di cogliere con il tuo sguardo e le tue emozioni, il non conosciuto. Senza mai dar nulla per scontato e anche con delle chicche di approfondimento estremamente interessanti! Si respira il rispetto e l’amore che provi per l’Africa, e con questo racconto inviti a una riflessione più profonda, che non può che portare al desiderio di rispetto e armonia con un modo animale così forte ma da preservare!

    • Saby dice:

      Che parole meravigliose, grazie di cuore. Leggere che attraverso il mio racconto ti sei sentita “presa per mano” è il complimento più bello che potessi ricevere: era proprio questo il mio desiderio, condividere non solo le immagini, ma la meraviglia e il rispetto profondo che si provano di fronte alla forza e alla fragilità di quel mondo straordinario. La tutela di questi habitat passa prima di tutto dalla consapevolezza e dal sentimento, ed è bellissimo sapere che queste pagine siano riuscite a trasmetterti questo messaggio. Grazie di cuore per aver colto così appieno lo spirito di questa espereinza❤️

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