Le ragioni della mia scelta e i preparativi del viaggio
Ho deciso di dedicarmi a un progetto di volontariato per la conservazione della fauna selvatica in Sudafrica. Non è la mia prima volta nel continente africano, ma questa volta non parto per una vacanza: ho scelto di mettermi al servizio di qualcosa che mi sta molto a cuore, la tutela della natura. Sentivo il bisogno di smettere di essere solo una spettatrice di passaggio e provare a dare il mio contributo, per quanto piccolo, alla salvaguardia di questo straordinario patrimonio. C’è un momento, nei giorni prima di partire, in cui il viaggio esiste ancora solo nella testa, nonostante la valigia sia aperta sul letto da giorni, mezza piena e mezza vuota. Fuori dalla finestra c’è il solito paesaggio di sempre — le mie amate colline venete — ma nella mente è già tutto Altrove: la polvere rossa, le acacie spinose, il silenzio del bush spezzato da versi ignoti. Questo articolo nasce proprio da qui, da questa attesa.
Come ho scelto il progetto LEO Africa
La ricerca del progetto giusto per me è cominciata quasi un anno fa ed è stata lunga e complessa. Valutare la serietà di un progetto di conservazione è stato il primo passo e forse il più complicato. La rete offre moltissime opportunità di volontariato, ma non tutte hanno lo stesso approccio etico. Orientarsi e distinguere i progetti realmente impegnati nella tutela da quelli più vicini a un semplice turismo esperienziale non è stato semplice. Mi sono focalizzata sulla trasparenza delle attività e sull’impatto reale che il volontariato ha sulla tutela delle specie protette. Ho letto attentamente i siti, ho contattato le organizzazioni per ottenere ulteriori informazioni, ho seguito i loro social, ho cercato recensioni di chi aveva già fatto questa esperienza.
LEO Africa
Limpopo Eco Operations (LEO Africa) è un progetto di volontariato nato nel 2005, dedicato al monitoraggio e alla conservazione dei Big 5 e di altre specie chiave — leoni, leopardi, elefanti, ghepardi, bufali, iene, rinoceronti bianchi — all’interno dell’Abelana Reserve. Il lavoro sul campo dei volontari produce dati fondamentali che la direzione della riserva utilizza per orientare le future strategie di conservazione. Il progetto punta molto anche sulla sostenibilità: energie rinnovabili, riciclo e riutilizzo dei materiali fanno parte della vita quotidiana alla base, nella convinzione che il futuro della fauna selvatica dipenda dall’impegno concreto di ciascuno. Un aspetto che mi ha colpita è che LEO Africa non riceve alcun finanziamento pubblico, ma si sostiene esclusivamente grazie al contributo di volontari e donatori — è quindi il volontariato stesso, sul campo e a livello economico, a rendere possibile questo progetto.
Cosa mi aspetta come volontaria?
Mi aspettano due uscite al giorno sul campo, all’alba e nel tardo pomeriggio, insieme ai ranger: imparerò a riconoscere leoni, ghepardi, leopardi e iene non solo per specie, ma per individuo, contribuendo a costruire le loro schede identificative. Osserverò comportamenti, spostamenti, prede e guarderò gli animali non per il mero piacere di vederli, ma per il bisogno di capirli. Ci saranno anche attività più concrete di conservazione: sentieri da ripristinare, piante infestanti da rimuovere, fototrappole da controllare. Anche la semplice presenza dei volontari sul territorio può avere un ruolo nella sorveglianza indiretta della riserva e contribuire a scoraggiare eventuali intrusioni da parte dei bracconieri. Al campo, invece, mi aspetta la vita quotidiana condivisa: cucina, pulizie, cura dell’orto, inserimento dati che si fanno a rotazione con gli altri volontari, e che immagino diventeranno il momento in cui si stringono davvero le amicizie. So già che non sarà solo osservazione: sarà anche fatica, sveglie presto, lavoro manuale. Ma è proprio quello il punto — non andare a guardare l’Africa da fuori, ma esserne, per due settimane, una piccola parte attiva.
Chi può fare il volontario con LEO Africa?
Non serve alcuna esperienza precedente per candidarsi: quello che conta davvero è un mix di requisiti pratici e di un certo tipo di apertura mentale, pensati per garantire un’esperienza sicura e positiva a tutti. Nel sito c’è un vero e proprio elenco di requisiti che il volontario deve avere per partecipare al progetto. Leggendo questi requisiti, alcuni mi hanno strappato un sorriso di sicurezza — camminare, stare all’aperto, adattarmi a un gruppo internazionale, parlare in inglese sono cose che mi appartengono già. Altri, invece, mi mettono davvero alla prova: dieci-dodici ore sul campo, i ritmi imprevedibili del bush che non seguono nessun orario. È proprio lì, in quella zona scomoda di fatica e imprevedibilità, che sento che questo viaggio avrà davvero qualcosa da insegnarmi.
La sfida
Non so ancora cosa mi aspetta, e forse è proprio questo il punto. Ci saranno giornate scandite da ritmi che non sono i miei, con la sveglia all’alba e la fatica buona del lavoro. Imparerò a riconoscere tracce, versi e comportamenti di animali che finora ho visto solo nei documentari. Spero soprattutto di imparare a guardarli in modo diverso: non da turista, ma da chi osserva per contribuire, anche se in minima parte, alla loro conservazione. E poi ci sarà la scoperta di me stessa lontana da casa, senza il punto di riferimento di sempre al mio fianco, Alberto. Non so ancora se sarà solitudine o libertà — probabilmente entrambe, in momenti diversi della giornata. Mi aspetto il disagio salutare di essere fuori dalla mia zona di comfort, e la soddisfazione, alla fine, di aver retto quella prova. Quello che è certo è che tornerò diversa da come sono partita. Non so ancora in che modo — ed è forse questa l’attesa più bella di tutte.
Info utili e pratiche
Visti e documenti
E’ sempre bene controllare sul sito viaggiaresicuri. E’ necessario il passaporto, con almeno 30 giorni di validità residua e con almeno 2 pagine libere, per apporvi il visto. Il visto di ingresso non è necessario, per soggiorni inferiori a 90 giorni. Dal 1° luglio 2026 bisogna compilare online la Customs Online Traveller Declaration, che potrà essere richiesta dalle Autorità locali al momento dell’arrivo in Sudafrica e della successiva ripartenza.
Vaccinazioni
Non ci sono vaccinazioni obbligatorie, ad eccezione della febbre gialla, ma solo per i viaggiatori provenienti da Paesi in cui è a rischio trasmissione. Io ho effettuato mesi fa una visita informativa al centro vaccinale: insieme al medico abbiamo valutato i rischi specifici e deciso la profilassi sanitaria più adatta. Questo è un passaggio fondamentale per chi vivrà a stretto contatto con la natura selvaggia.
Assicurazione di viaggio
Ho stipulato un’assicurazione di viaggio con copertura sanitaria e rimpatrio/evacuazione medica, indispensabile quando si vive e si lavora in un’area naturale isolata, lontana da ospedali attrezzati.
Volo
Per raggiungere Johannesburg ci sono molte compagnie aeree. Io ho scelto Emirates con scalo a Dubai. Una volta atterrata a Johannesburg mi verranno a prendere e mi aspetta un trasferimento di circa 500 km fino alla riserva.
Fuso orario
In estate il Sudafrica ha lo stesso fuso orario dell’Italia, quindi niente jet lag da gestire.
Clima
Ad agosto in Sudafrica è inverno: le giornate sono comunque piacevoli e abbastanza calde (max 26/27°C), ma con l’arrivo della sera le temperature scendono rapidamente (10°C o meno), con un’escursione termica notturna piuttosto marcata.
Valuta
La moneta locale è il Rand sudafricano (ZAR): 10 Euro equivalgono a circa 190 ZAR.
Elettricità
Il Sudafrica utilizza prese di tipo M (diverse da quelle italiane): un adattatore universale è d’obbligo, soprattutto per non restare a corto di batterie per la fotocamera.
Connessione e telefono
Al campo c’è una connessione Wi-Fi affidabile e gratuita, mentre il segnale telefonico è molto discontinuo. Più che un limite, lo leggo quasi come un invito: un’occasione per disconnettersi davvero e vivere il bush con lo sguardo vero e non attraverso uno schermo.
Attrezzatura fotografica
La mia nuova compagna di viaggio è la OM System OM-1 Mark II con due ottiche, batterie di scorta, caricabatterie, adattatori, memory cards.
Facciamo quelli che vanno? Io e la mia fotocamera
Mentre scrivo queste righe, mancano ancora tre giorni alla partenza. La valigia è ancora aperta sul letto, e sento già una stretta allo stomaco che è quel misto di vertigine e desiderio che si prova solo prima delle cose che contano davvero. Tra poco tutto diventerà realtà. Ma è proprio questa la parte più bella dell’attesa: non sapere ancora, e prepararsi comunque, con cura, come si fa con le cose davvero importanti. Ci vediamo Altrove — con la macchina fotografica al collo, il cuore un po’ in gola, e la voglia di raccontarvi tutto quello che, per ora, posso solo sognare.
“The greatest danger to our planet is the belief that someone else will save it” (Robert Swan)
Mi raccomando, seguite i miei social: non sarò sicuramente assidua nella pubblicazione, ma mi farò viva quando possibile. Vi consiglio di seguire anche il profilo Instagram di LEO Africa, che pubblica spesso video e foto dei gruppi di volontari — magari, con un po’ di fortuna, trovate anche me!