Sudafrica – Alla scoperta della Panorama Route

Ore 6 del mattino, buio pesto. Saliamo sul pulmino: io, una manciata di compagni e una ranger, pronti ad affrontare i quasi 160 km che ci separano dalla meta.
Il Sudafrica è un Paese immenso e molto diversificato: con i suoi 1,22 milioni di km² è grande circa quattro volte l’Italia. Durante la mia esperienza di volontariato presso LEO Africa (leggi qui il racconto) ne ho visto solo un pezzetto. Oltre all’Abelana Game Reserve che mi ha ospitato, noi volontari abbiamo avuto la possibilità di partecipare a due escursioni. E potevo io non approfittare di questa magnifica opportunità? Ovviamente no!

Oggi vi racconto la prima, quella alla scoperta alla Panorama Route.

Panorama Route

La Panorama Route è un tratto scenografico imperdibile per chi viaggia da Johannesburg verso il Kruger National Park, un perfetto intermezzo tra un safari e l’altro. Nonostante il nome, non è una strada sola, ma un insieme di tratti panoramici, nella provincia di Mpumalanga, che collegano numerosi punti di interesse naturalistico, la maggior parte dei quali facilmente accessibili. Si può iniziare e finire da qualsiasi estremità, e non serve percorrerla tutta per apprezzarla: noi ne abbiamo vista solo una parte.
Il programma? Paesaggi incredibili, sceniche cascate come le Lisbon Falls e le Berlin Falls, grandi aree boschive e celebri viewpoint come Three Rondavels, The Pinnacle e God’s Window – nomi che sono tutto un programma…

Echo Caves

Siamo entrati nella Panorama Route da nord e, prima di addentrarci nel cuore della regione, abbiamo fatto la prima tappa alle Echo Caves, nella Klipfonteinhoek Farm, vicino a Ohrigstad e al confine con il Limpopo. Le grotte si visitano solo con una guida, e la nostra, simpaticissima e preparatissima, era lì ad aspettarci per raccontarcene ogni segreto.
Il primo sta già nel nome.

Ora immagina di vivere qui nell’Ottocento, come il popolo Pedi. La leggenda (e la storia locale) narra che sfruttassero in modo geniale una particolare conformazione delle grotte: alcune delle stalattiti al loro interno sono cave. Percuotendole con pietre o bastoni, i Pedi – in caso di attacco da parte delle tribù Swazi – le usavano come veri e propri tamburi naturali o sistemi d’allarme, capaci di propagare il suono per chilometri all’interno dei tunnel e di produrre una forte eco. Ciò permetteva di far scattare l’allarme e coordinare la difesa o la fuga nei meandri più nascosti. Ed è effettivamente così, la guida ce lo ha dimostrato: percuotendo le stalattiti si produce un’eco udibile in tutta la grotta. L’effetto sonoro è davvero incredibile! Suona come un profondo e cupo gong.


📚 Approfondimento della Prof

Chi erano i Pedi? Un fiero popolo di lingua sotho-tswana originario del Transvaal settentrionale (l’odierno Limpopo). Guidati da potenti re (come il celebre re Sekhukhune), fondarono un regno forte e prospero basato sull’agricoltura e sulla metallurgia. Chi erano i Swazi? Un altro grande e influente regno della regione, noto per la sua rigorosa organizzazione militare. Perché si facevano la guerra? Nell’Ottocento, il Sudafrica fu attraversato da profonde tensioni territoriali, migrazioni forzate e lotte per il controllo delle risorse e delle rotte commerciali. I regni locali si scontravano frequentemente per la supremazia politica, il controllo del bestiame e dei territori fertili.

Samson’s Chamber

Le grotte si aprono in una roccia dolomitica precambriana di oltre 2,5 miliardi di anni, una delle dolomie più antiche conosciute. Furono riscoperte nel 1923 dal proprietario della fattoria Klipfonteinhoek, che cercava alcuni capi di bestiame scomparsi, aperte al pubblico nel 1959 e dichiarate Monumento Nazionale. Si estendono per oltre 40 km, ma i tour ne coprono solo una piccolissima parte. La visita dura circa un’ora e l’ultima parte porta in camere aperte di recente, attraverso passaggi molto stretti o molto bassi: ti sconsiglierei quest’ultimo tratto se soffri di claustrofobia.

Mi ha colpito il primo ambiente, da cui parte il tour: la guida ci ha fatto notare come la dolomia grigia del soffitto assomigli alla pelle rugosa di un elefante! Gli ambienti e le formazioni hanno nomi curiosi: l’imponente Samson Chamber (dove le massicce colonne calcaree sembrano quasi “sorreggere” il soffitto basso, proprio come il biblico Sansone con il tempio di Dagon), il Crystal Palace e ancora Rhino Horn e Ostrich.

Sculture naturali del soffitto nelle profondità delle Echo Caves

E se non ami i pipistrelli, attenzione: ne abbiamo visti tantissimi, appesi e aggrappati alla roccia. Dormivano, probabilmente stanchi per le scorribande notturne.

Mi è sempre piaciuto visitare le grotte, mi affascinano. Queste, lo ammetto, non mi hanno colpito quanto altre che ho visto (per dimensioni e fascino non sono paragonabili a Frasassi o Postumia), ma mi hanno incuriosito per la loro storia: sono state vitale rifugio strategico per la sopravvivenza della popolazione locale durante le guerre con i popoli vicini. Non erano un semplice nascondiglio, ma una specie di villaggio sotterraneo, dove soprattutto donne e bambini erano costretti a restare anche a lungo, fino al termine dei conflitti, senza poter vedere la luce del sole. Ne sono testimoni gli ambienti in cui dormivano e i reperti archeologici trovati nelle grotte, oggi esposti nel vicino Museum of Man.

🎫 Info utili – Consulta il sito ufficiale per avere i dati sempre aggiornati riguardo orari e prezzi degli ingressi e ogni altra informazione utile per programmare una visita.

Blyde River Canyon

L’itinerario della Panorama Route è centrato intorno al Blyde River Canyon.
Se pensi ai grandi canyon del mondo, ti vengono in mente pareti rosse e aride. Il Blyde è tutto il contrario: 26 km di lunghezza, circa 800 m di profondità e il primato di canyon “verde” più grande del mondo, ricoperto da una fitta e lussureggiante vegetazione subtropicale grazie al clima umido. La sua arenaria è stata scavata nel corso dei millenni dai fiumi Blyde e Olifants, ed è il cuore della Panorama Route.

Dietro lo scatto dei Three Rondavels c’ero (ovviamente) io

🔍 Curiosità – Il Blyde è considerato il terzo canyon più grande del mondo, dopo il Grand Canyon (Arizona) e il Fish River Canyon (Namibia), anche se la classifica è discussa. Ho avuto il privilegio, ora, di averli visti tutti e tre.
E a proposito di “primati”, ma in senso zoologico… le cinque scimmie sudafricane che vivono nella riserva sono il babbuino chacma, il cercopiteco vervet, la scimmia samango e i galagoni maggiore e minore. Noi abbiamo incontrato solo le vervet e poi dei babbuini, vicino al parcheggio dei Rondavels: erano attratti, ahimè, dai rifiuti presenti in abbondanza sul sito, e piuttosto incattiviti e dispettosi tra loro.

Ufficialmente la riserva si chiama Motlatse Canyon Provincial Nature Reserve. Dal 2005 anche il fiume Blyde è stato rinominato Motlatse, l’antico nome che significa “fiume sempre pieno“. Quel nome, “sempre pieno”, lo capisci davvero solo quando scendi sul fondo del canyon. Dall’alto quel corso d’acqua è un dettaglio lontano in fondo a pareti immense; laggiù, invece, è ovunque, e le cascatelle sono una presenza costante, una dopo l’altra.

Io seduta a guardare l’acqua che cadeva come se avesse tutto il tempo del mondo

🎫 Info utili – Consulta il sito ufficiale per avere i dati sempre aggiornati riguardo orari e prezzi degli ingressi e ogni altra informazione utile per programmare una visita.

Trekking nel canyon

Dal centro visitatori, partono diversi percorsi di trekking, e la cosa curiosa è che i sentieri portano i nomi degli animali. In base al tempo a disposizione e allo stato di allenamento, si possono scegliere i tracciati e combinarli a proprio piacere. Noi abbiamo scelto il Leopard e il Guinea Fowl Trail. Ci sono volute circa 3 ore per scendere fino al fondo del canyon, lungo la riva del corso d’acqua, scalando cascatelle e incontrando alcune piscine naturali dove due miei coraggiosi compagni di escursione si sono tuffati, sfidando l’acqua gelida! Tra guadi e arrampicate sul terreno scivoloso, è stata decisamente una scarpinata avventurosa e… bagnata!

Con i piedi sempre a mollo

💡 Top Tipp – Si erano dimenticati di dircelo: scarpe e calzini di ricambio sarebbero stati utilissimi! Noi però ci siamo ingegnati. Alla fine dell’escursione, avevamo tutti le scarpe fradicie, ma siamo riusciti ad asciugarle abbastanza in fretta con un espediente geniale: sventolandole insieme ai calzini fuori dal finestrino del pulmino in marcia!

Giochi d’acqua

Three Rondavels

Dopo pranzo siamo arrivati in un punto panoramico tanto suggestivo quanto celebre: i Three Rondavels. Sono formazioni rocciose dalle cime arrotondate, chiamate così per la loro somiglianza con le tradizionali capanne dal tetto di paglia dell’Africa meridionale, in Afrikaans “rondawel” appunto. Il viewpoint è una tappa facile e l’accesso è gratuito: basta una breve passeggiata dal parcheggio per arrivare alla piattaforma recintata, dove gli occhi e la bocca ti si spalancano per la meraviglia. Sotto di te il canyon verde, il fiume sul fondo e in lontananza la diga di Blyderivierspoort: una delle viste più iconiche di tutta la Panorama Route.

Il piazzale è un susseguirsi di bancarelle colorate che traboccano di souvenir di ogni tipo. Diciamolo: non troverete pezzi da museo o capolavori dell’artigianato, ma se amate curiosare tra cianfrusaglie da viaggio e ricordini kitch, vale comunque la pena dare un’occhiata distratta. Se cercate un pezzo davvero autentico o di alta qualità, probabilmente farete fatica a trovarlo qui.

Three Rondavels Viewpoint

📸 Inquadro – Questo è uno di quei classici luoghi in cui ti viene da scattare mille fotografie che poi, una volta a casa, ti deludono sempre: non reggono il confronto con il paesaggio che ricordi! E poi c’era anche un po’ di foschia, sfortunatamente. Ma vale sempre la pena provare…

Bourke’s Luck Potholes

Un’altra meraviglia naturale e tappa classica della Panorama Route sono i Bourke’s Luck Potholes, la nostra ultima fermata. Questo è il punto d’incontro del Treur River con il Blyde River, due nomi in Afrikaans che significano “tristezza” e “gioia”. Secondo la tradizione, a battezzarli furono alcune donne voortrekker, i coloni boeri in marcia verso l’interno. I loro uomini erano partiti in esplorazione verso la costa del Mozambico e, non vedendoli tornare, le donne li credettero perduti e chiamarono Treur il fiume del loro accampamento. Rimessesi in cammino da sole, li ritrovarono invece sani e salvi sulle rive di quello successivo, che ribattezzarono Blyde. Tristezza e Gioia, letteralmente a un passo l’una dall’altra!

La golden hour ai Bourke’s Luck Potholes

Qui l’azione erosiva dell’acqua e dei sedimenti ha scavato nella roccia delle forme cilindriche a “pentola” (da cui il nome “potholes”), creando piscine naturali, cascatelle e vortici di un caratteristico colore turchese/verde smeraldo tra le pietre levigate. Le formazioni mostrano sfumature di bianco, giallo e marrone scuro, dovute ai minerali e ai sedimenti presenti nell’acqua nel corso dei millenni. La zona è aperta e ben attrezzata: le passeggiate sono facili e senza difficoltà, grazie a una rete di sentieri, passerelle e ponti che attraversano la gola e permettono di osservare le “pentole” dall’alto da diverse angolazioni

I tipici “potholes” dall’alto

🔍 Curiosità – Il nome Bourke’s Luck Potholes ha una storia curiosa. Deriva dal cercatore d’oro Tom Bourke, che a fine Ottocento aveva correttamente previsto la presenza di grandi giacimenti d’oro nella zona. Sfortunatamente, delimitò la sua concessione nel punto sbagliato: altri cercatori, infatti, trovarono fortuna più a sud, mentre lui rimase a bocca asciutta. Il nome “Luck” (fortuna) quindi è profondamente ironico. Eppure ai Potholes la fortuna si può provare a richiamare: si dice che lanciare monete nel canyon lasci indietro la sfortuna!
Averlo saputo quel giorno…

Proprio perché facilmente accessibile e percorribile, il sito è sempre molto affollato, ma noi ci siamo arrivati nell’ultima ora prima della chiusura: cosa chiedere di più? Non c’era praticamente nessuno. Eravamo partiti alle 5 nel buio pesto e ci siamo congedati dalla Panorama Route nella luce dorata della golden hour, prima di riprendere il tragitto di ritorno verso l’Abelana.

In fondo, viaggiare in questi luoghi significa anche questo: accettare la scomodità di una sveglia prima dell’alba per poi cogliere ciò che il Sudafrica promette di essere. Un abbraccio immenso con la natura selvaggia, in tutte le sue forme.

Con quel sole basso che incendiava le rocce e nessun rumore intorno se non il vento, la nostra avventura sulla Panorama Route si è chiusa nel modo più autentico possibile. Un ultimo sguardo, un respiro profondo, e la certezza che certi ricordi non hanno bisogno di souvenir da bancarella per rimanere indelebili. E mentre le ruote tornavano a scorrere sull’asfalto, con la mente eravamo già lì, sospesi tra i panorami infiniti appena lasciati alle spalle e i richiami del bush che ci attendevano all’Abelana l’indomani. Giusto il tempo di riposare qualche ora prima della prossima, immancabile sveglia prima dell’alba!

💡 Top Tipp – Porta sempre con te il passaporto: nei parchi e nelle riserve, generalmente ti chiedono di compilare un modulo con i dati del documento.

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9 pensieri su “Sudafrica – Alla scoperta della Panorama Route”

  1. giada dice:

    Che interessante questo resoconto dell’esperienza che hai fatto! I tuoi racconti, precisi, vivaci, con chicche che solo una vera viaggiatrice amante della natura e che viaggia con il cuore può vivere e sa cogliere, sono arricchiti dalle tue bellissime foto: regali la sensazione di essere stati lì con te durante questo grande viaggio. Che bello, che fortuna poterti leggere! Grazie per questi racconti!

  2. Giulia dice:

    Che paesaggi meravigliosi e quante curiosità ci hai raccontato! È stato interessante leggere dei Pedi. Visiterei con piacere le grotte, ma da persona claustrofobica apprezzo la tua precisazione (neanche i pipistrelli mi stanno particolarmente simpatici)!

    • Saby dice:

      Cara Giulia, grazie per essere mia lettrice fedele😍 La precisazione sui passaggi stretti e i pipistrelli era doverosa, effettivamente potrebbe compromettere la visita in caso di claustrofobia o “antipatia” per i pipistrelli

  3. Roberta Zanetti dice:

    MI sono davvero goduta l’eco sotterraneo, il fiume sempre pieno che ha ripreso il suo nome, le scimmiette bisbetiche e la magnifica, spettacolare vista inondata di luce dorata. Hai un’ammirevole capacità di mettere insieme – con grande naturalezza, garbo e cura – informazioni fattuali per il futuro viaggiatore e descrizioni che parlano ai sensi del lettore. Un obiettivo puntato su più fronti e uno sguardo davvero ricco: brava!

    • Saby dice:

      Che parole splendide! Trovare il giusto equilibrio tra l’utilità delle informazioni e la poesia delle emozioni non è sempre facile, ma leggere il tuo commento mi fa capire di aver colto nel segno. Grazie di cuore per la tua sensibilità e per leggere sempre con così tanta cura! Un abbraccio fortissimo 💛

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